Chiesa di San Rocco

Durata della visita: 25 minuti circa

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La costruzione della chiesa attuale risale al 1630 quale ex voto per la liberazione dalla famosa epidemia di peste di manzoniana memoria e fu eretta accanto al luogo dove, per la distanza dall’abitato, vi era il lazzaretto e venivano sepolti i morti appestati.Tuttavia già circa 100 anni prima (1525-1530, a seguito della pestilenza degli anni della guerra di Cambrai) esisteva una piccola ‘chiesuola’ che risulta ingrandita nel 1550 con la collocazione nel presbiterio della palad’altare (oggi sulla parete di sinistra) dedicata a San Rocco che visita gli appestati. Oltre alla raffigurazione del

Santo taumaturgo si vedono in alto la Trinità e San Sebastiano, ma è soprattutto lo sfondo paesaggistico che assume interesse per la storia locale perché si nota unaveduta dei colli che circondano Arzignano con, a sinistra in alto sul colle omonimo, la chiesetta di San Mattìo, al centro la Rocca scaligera e a metà collina il Convento francescano e la chiesa di Santa Maria delle Grazie con il campanile a cuspide.

Il dipinto viene tradizionalmente attribuito a Domenico Riva (o dalla Riva) di Venezia, (ma detto anche da Valdagno) del quale, peraltro, si hanno notizie frammentarie; la pala è stata sottoposta negli anni ‘980 ad un complesso intervento di restauro che non ha portato a chiarimenti critici definitivi.

L’innalzamento del livello della strada, la modifica della facciata con l’inserimento nel 1926 del pronao e la decorazione a fasce, rendono oggi difficile il recupero dell’immagine originaria che si può intravedere nella mappa del 1778 eseguita da Girolamo Soprana e Giacomo Faedo, che rappresenta la descrizione grafica più importante del centro storico di Arzignano. La croce al vertice del prospetto risulta coeva alla costruzione come il grazioso campaniletto  a vela dotato di due campane. Il fatiscente affresco, inserito nella lunetta laterale, che raffigura ancora San Rocco che assiste un appestato morente, è opera di Lorenzo Rizzi, pittore veneziano che ha completato il trittico di Ognissanti, dopo la morte del Pupin. Del Rizzi si trova all’interno anche il quadro che raffigura la Sacra Famiglia,recuperato nel 1986 da una nicchia delle vicinanze demolita.

L’interno è ampio e luminoso e presenta il tetto a capriate; vi è un unico altare inserito in un’elegante cortina in pietra che collega le due pareti laterali e quindi delimita sullo fondo uno spazio retrostante che serve da vestibolo e conduce anche alla piccola sacrestia. Su questa barriera sono poste alcune sculture di buona fattura: al centro, sopra l’altare, la Madonna col Bambino in atteggiamento di disinvolto movimento, ai lati le statue dei Santi Rocco e Sebastiano, sulle sopraporte due Angeli.

Sulla parete di fondo è oggi collocato un grande e pregevole Crocifisso non ancora sottoposto ad attento esame critico, ma riferibile alla primitiva costruzione. A questo si potrebbero forse collegare le due piccole sculture policrome che raffigurano l’Addolorata e san Giovanni, oggi collocate su due mensole. Anche per le altre due interessanti sculture di vivace gusto popolare, che raffigurano i due Santi taumaturghi Rocco e Sebastiano, si può ipotizzare un’origine analoga.

Appesi alla parete retro facciata, oltre alla Sacra Famiglia del Rizzi, si trovano due dipinti di differente epoca e dimensioni. Il minore raffigura Giuditta con la testa di Oloferne, attribuita alla fine del sec. XVII.

L’altro è una grande pala dove è rappresentata la Gloria di tutti i Santi e proviene dal Duomo di Ognissanti dove era originariamente collocata al centro dell’abside. Le memorie storiche dicono che sia stata eseguita per sostituire una Pala del Maganza, forse logora e comunque perduta. Certo lì è rimasta fino al 1886 quando fu rimossa per lasciare il posto al Trittico di Pupin e Rizzi di analogo soggetto. Dal punto di vista stilistico si tratta comunque di una copia non conforme alle caratteristiche della scuola dei Maganza e si può senz’altro attribuirla alla mano di Valentino Pupin, come si evince al confronto con le altre sue opere in Duomo e ai precisi riferimenti con le opere dei pittori della Scuola dei Nazareni (si veda in particolare F. Overbeke e P. Cornelius) che l’artista di Schio ebbe modo di frequentare durante un suo soggiorno romano.

Testo curato dal Dr. Antonio Lora