| LA BATTAGLIA DELLA SACCISICA 3° E 4° PARTE |
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L'esercito padovano, sul fronte opposto, si difende presidiando tenacemente i propri confini. A suo favore gioca l'inesperienza dei veneziani nelle campagne militari sulla terra ferma e la conformazione del territorio paludoso e difficile da attraversare per il nemico. Le truppe padovane sono composte, quasi esclusivamente, da fedeli soldati volontari anche perché Francesco il Novello, che le comanda, ha speso quasi tutti i soldi nelle campagne precedenti e non può permettersi dei mercenari. Fino a qui Il balestriere indossa una maglia di ferro a mezze maniche in questo modo può avere la più ampia libertà di movimento. In testa ha un semplice elmo aperto che gli permette una visuale completa durante il tiro. Ai fianchi porta la faretra dove tiene i dardi che dovrà scagliare in battaglia; la faretra è rivestita con peli e pelli animali per isolarla dalla pioggia che rovinerebbe le frecce. Il percorso nella pianura Saccisica per il balestriere e per i suoi compagni d'armi è molto faticoso. Il fiore all'occhiello dell'esercito padovano, invece, erano gli artiglieri. La loro dotazione era composta da una “brigantina” che non era una volgare corazza di metallo ma un indumento che, anche in battaglia, garantiva a chi la indossava una certa eleganza composta da pezzi di metallo assemblati all'interno, con dei rivetti, di una cotta di stoffa di fustagno che permetteva anche libertà nei movimenti. Partire da qui L'esercito veneziano, in marcia verso il territorio padovano, si è fermato in un accampamento a metà strada con la zona in cui si trova lo sbarramento delle truppe nemiche perché informati dai colleghi più avanti di loro che andare oltre è difficile. La prima linea dell'esercito veneziano è bloccata; i padovani hanno costruito una larga e profonda fossa che, dalla campagna, si estende fino alle lagune sulla costa. Un terrapieno lungo decine di chilometri con palizzate e argini a protezione della pianura Saccisica; una difesa all'apparenza quasi impossibile da superare. Nel frattempo l'artiglieria padovana inizia a montare le “bombarde” in prossimità della loro roccaforte ai confini. Nel 400 le bombarde non vengono ancora montate su ruote ma trasportate a pezzi e poi assemblate. Il loro peso era di circa 430 chili. Il primo pezzo è la “tromba” che è la canna da cui parte il colpo; poi c'è il “mascolo” che è la camera di scoppio in cui viene inserita la polvere. Mascolo e tromba montati insieme vengono fissati su una base che si chiama “affusto”. I pezzi sono tenuti insieme da fasce metalliche per evitare che la bombarda non si smonti per la forza d'urto dello sparo. Da qui A Venezia l'obbligo di servizio nella milizia è di un uomo per focolare però i civili non sono addestrati e per vincere la guerra servono i soldi e Venezia ne ha tanti perché fin dall'XI° secolo ha costruito un impero economico grazie ai traffici commerciali delle sue navi. Con questi soldi può ingaggiare dei professionisti. I “conestabili” ovvero i comandanti di un corpo di soldati di ventura, hanno la responsabilità di prendere i soldi e di distribuirli alle loro truppe. I soldi vengono da Venezia e sono portati dal “collaterale”. Ciascun soldato percepisce 3 ducati e mezzo al mese una paga piuttosto misera se pensiamo che un elmo nuovo costa 12 ducati e un funzionario pubblico percepisce sino a 30 ducati al mese. Tutti i pagamenti sono soggetti a ritenuta fiscale la cosiddetta “Onoranza di San Marco”. I veneziani hanno i soldi ma i padovani hanno la polvere da sparo, fondamentale per caricare la bombarda. La polvere da sparo viene messa nel mascolo assieme ad erba secca che serve ad aumentare la detonazione. L'erba secca va pressata con un pezzo di legno, mai con ferro, che potrebbe causare scintille e far scoppiare tutto. |
